13.1.19

Parker Sonnet di imitazione

Ringrazio Francesco per avermi regalato questa penna, per avermi invitato a scriverne la recensione, e non ultimo per aver avuto la pazienza di attendere per ben due anni che io me ne occupassi.
Senza indugio, ecco la penna.
A parlare di una penna di imitazione si va a finire inevitabilmente a discutere della sua versione originale e di quanto l'imitazione regga o non regga il confronto. Ora, non me ne vogliano la storica ditta Parker e il gruppo Newell Rubbermaid a cui appartiene dal Duemila, ma il confronto non me lo posso permettere: una Parker Sonnet originale è fuori budget, tanto per me quanto per Francesco.
Come penna Parker originale posso chiamare in campo la IM, quella cromata che a suo tempo ho fotografato qua con la Reform 1745.
Le differenze di budget sono strabilianti. Il clone cinese della Sonnet è costato talmente sotto i dieci euro che Francesco ha dovuto per forza prenderne più di una per avere qualcosa da pagare; per la Sonnet ricordo prezzi di listino sopra i cento euro già alcuni anni fa; per la IM ricordo, sempre qualche anno fa, prezzi di listino che variavano dai trenta ai cinquanta euro. La IM già di per sé non può reggere il confronto estetico con nessuna penna, con il suo pennino duro, dritto, sgraziato. Alimentare la IM, perfino con inchiostri arrendevoli, è sempre stato laborioso tanto quanto è semplice mettere qualche goccia nella patacca di imitazione e scrivere immediatamente articoli interi su carta Favini. Lasciare a riposo la IM pochi giorni significava poi doverla lavare accuratamente prima dell'uso, mentre la patacca cinese, dopo settimane a riposo, ha ripreso a scrivere come niente fosse, come fosse una Jotter a sfera.
Ecco, la clip della patacca cinese è piegata, il suo acciaio non è duro e robusto come quello dei francesi. E poi il meccanismo del converter non ha la stessa solidità al tatto, sembra che il filetto traballi un pochino. Ma funziona, è ingrassato bene, non perde e perdipiù è incluso nella penna, mentre per un prodotto Parker dovrei acquistarlo a parte per una decina di euro circa, a seconda di dove riesco a trovarlo.
Siamo proprio nel 2019, insomma. Pochi anni dopo il Duemila non trovavo più le cartucce delle stilo al supermercato ma solo in sparuti negozi specializzati, e così anche le stilo in plasticona da cinquemila lire sparivano da tutto l'Occidente. Parker faceva stilografiche molto prima che Laszlo Biro avesse la sua idea della sfera di tungsteno con l'inchiostro denso da rotativa. Parker non faceva stilografiche per un mercato di nicchia, ma semplicemente perché fino agli anni Cinquanta, per scrivere, dovevi per forza usare o una stilo o un pennino. Oggi le stilo sono un mercato di nicchia per appassionati e Parker produce le penne a sfera e i loro refill migliori, secondo me, che si possano acquistare. Io una Sonnet originale non la prendo: preferisco pagare una rata della capsula dentaria, come dovrò fare a breve. Ma firmo tutto con una penna a sfera con un refill Parker.
Per cosa usare una penna stilo nel 2019, allora? Per fare scena, se hai comprato una Montblanc, o una Pelikan appena più prestigiosa della M200/M205, o una italiana come Visconti, Montegrappa, Delta, Aurora eccetera. Le italiane fanno sempre scena. Per firmare no, dal momento che l'inchiostro della stilo è spesso lavabile e si raccomanda una bella sfera. Per scrivere tonnellate di pagine senza scatenare il tunnel carpale sì, meglio una stilo di una biro. Ma per scrivere tonnellate di pagine non ti serve una Sonnet: che ci piaccia o no, gli asiatici hanno mantenuto in moto il mercato delle stilo economiche, e funzionano pure bene.

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