22.11.16

Anna Karenina

Non avevo ancora letto il superclassico Anna Karenina di Lev Tolstoj; nelle scorse settimane ho ritagliato il tempo di dedicarmici e poi anche qualche giorno per assorbire il colpo.
Il libro Anna Karenina è famigerato per tre nomee: racconta un triangolo scabroso; finisce malissimo; è proverbialmente lungo, tanto che capita di sentir esclamare "C'erano Anna Karenina e Guerra e pace!" quando un operatore stampe trova un tabulato da diciassette risme lanciato per errore.
Quello che ho trovato leggendolo è un ribaltamento di tutte e tre le nomee, e quindi dei preconcetti con cui l'ho aperto.
Il triangolo di Anna sarà anche sotto i riflettori e lei darà il titolo al libro, ma la sua vicenda personale è solo un pretesto per raccontare l'alta società della Russia imperiale, un intero mondo di debosciati annoiati e un ecosistema in rovina in cui nessuno sa dove sta andando. Il finale sarà spiacevole se l'occhio di bue illumina solo Anna e le sue nevrosi, ma ci sono altri protagonisti che bilanciano il suo vortice disastroso. Il libro avrebbe fatto lo stesso successo con il titolo Konstantin Levin? Konstantin non è meno star di Anna, anzi è lui ad avere l'ultima parola, scoprendo nientemeno che il senso della vita.
La lunghezza del libro può scoraggiare chi si mette a rimirare la poderosa costa, anziché fare l'unico gesto da fare con un libro, che è aprirlo, sfogliare le sottili pagine (oh, mica lo nego che è lungo!) e mettersi a leggere della principessina Kitty Scerbackaja che manda a monte una proposta di matrimonio e si mette a rifiutare balli per attendere in vano il capitano Vronski, buttandosi a capofitto nelle mani di un gruppuscolo di dottori saccenti. E tu sei lì, perché niente è raccontato a grandi linee. Sai cos'aveva in mente Vronski quando si è presentato alla gara all'ultimo minuto utile; come si sentiva Levin nella giornata di falciatura, fra gli odori e la pioggia e i mezzi sorrisi dei braccianti più esperti; qual era lo strazio di assistere il fratello moribondo sempre di Levin, visto che hai passato con lui tutti quei giorni a sentire l'odore della stanza non rassettata e le lamentele per le piaghe da decubito.
La lettura di Anna Karenina arrivava in un momento particolare, in cui mi chiedevo il perché di varie cose e anche della narrativa. Tutta la narrativa, tout court. Perché i romanzi? Perché insistiamo a raccontarci storie false, che non sono successe e non succederanno?
Il genio di Tolstoj ci viene in soccorso con un romanzo utile, che fa bene allo sviluppo della persona perché racconta nel dettaglio come funzionano (o più spesso come è facile mandarle a ramengo) tante cose.
Come si fa a tenere in piedi un matrimonio? Come si fa a condurre la vita? Anna e la maggior parte degli altri personaggi sono impegnati a fare le scelte della loro vita e a mostrarci, nel tempo, quanto queste siano state miopi, portando più o meno direttamente alla catastrofe. Potevano prevederlo? Tolstoj, che aveva una conoscenza profonda dell'animo umano (oltre che dell'alta società, dei metodi di conduzione di un'azienda agricola, di assistenza sanitaria e di molte altre cose) ci ha lasciato tutti gli indizi: sì, a conoscere l'animo umano come il loro autore, potevano capire tutto molto prima di arrivare a rovinarsi.
Ma le nevrosi di Anna, i calcoli che il fratello Stepan ha rimandato fino all'ultimo e molte altre vicissitudini vengono in soccorso a tutti noi, mostrandoci fin troppo bene cosa potrebbe succedere. E, a buon intenditor, cosa potremmo evitare.

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