10.10.16

“Io” contro “io”

Se ti capita di seguire i vaneggiamenti di questo blog, puoi avermi visto fare cenno alla meditazione che pratico con passione tutti i giorni, da circa un anno e mezzo. Non ho fatto cenni alla speculazione esistenziale, che invece mi affascina da molto prima, diciamo dalle medie.
Ma ero pigro, cocciuto e distratto e lo sono rimasto a lungo.
Il pigro non segue una strada fino in fondo; il cocciuto non accetta di cambiare idea; ma il distratto almeno fa esperienze interessanti, perché riempie le sue giornate di figure demmerda e, se ha un approccio razionale e abbastanza motivazione per mettersi a studiare le figuracce così da non ripeterle, può notare meccanismi che agli altri sfuggono.
Insomma oltre a Spock di Star Trek e a Victor di Spazio 1999, ringrazio la distrazione per avermi ispirato una mentalità analitica.
Mai approfondito studi psicologici o mistici, però, da pigro cocciuto e pure in conflitto giovanile coi prof durante l'infarinatura di filosofia delle superiori. Ma avevo l'approccio analitico!, e un bagaglio inesauribile di figure demmerda da sezionare. A cosa servono?
Per esempio, se un distrattone si prende la briga di analizzare il momento raro in cui prende coscienza di chi è e dov'è, scoprirà che ci sono altre domande a cui non saprebbe rispondere così su due piedi. Del tipo: cosa ci fa lì, da dove è partito, quale scopo l'ha fatto arrivare lì.
Si dice che il filosofo francese Jean Buridan parlasse di un asino che, fra due mangiatoie, non sapendosi decidere, sarebbe morto di fame. Non è certo se il filosofo avesse veramente parlato dell' "Asino di Buridano". È certo invece che mi sono pescato più volte a fare la spola fra A e B, avendo in mente un compito da svolgere nel luogo A e un altro nel luogo B. Quando mi trovavo in A, ritenevo più importante o urgente il compito da svolgere in B, così arrivavo a B e viceversa, finché non erano passati quarti d'ora preziosi e diventava ora di "lanciare un'eccezione", come direbbe un programmatore. Non ha importanza che A e B fossero camera da letto e bagno, o due sale riunioni da allestire per ieri, o altro.
Quando ho capito il dubbio definitivo, quello che sapevo avrebbe rivelato un panorama di nuove possibilità, avevo dodici anni e mi ero appena ridestato da uno dei tanti momenti di profonda distrazione. Ero in classe e non ricordavo una mazza di pochi secondi prima, talmente ero assorto in un ragionamento... dimenticato.
Di cosa parlasse l'insegnante, di cosa vociassero animatamente i compagni, cos'avessi in testa io stesso, era tutto perso come a staccare la corrente prima di salvare un file (un concetto che ai tempi non avrei afferrato: non avevo ancora preso uno ZX81 usato).
La domanda delle domande era: chi stava pensando e percependo quelle cose che non ricordavo?
Vista e udito erano una sorta di flusso (oggi, abituati ai filmati nel cosòfono, lo chiameremmo stream) che andava avanti ininterrottamente da, per quanto ne potessi sapere, sempre. Dalla nascita, o da prima? E fino a quando? Chi c'era a ricordare eventi e percezioni salienti?
A cosa servono i dubbi esistenziali?
A niente! A perdere tempo! siamo abituati a esclamare, correndo di fretta fra A e B in trance. Se non tutti, in molti, perché poi nei decenni ho capito che è pieno di iscritti il club dei distratti e frustrati.
Neghiamo valore ai dubbi esistenziali perfino toccando con mano gli effetti di dipendenze e stress; leggendo nella cronaca nera che il mostro di turno "era normale, come tutti", quindi come me e te; attendendo nell'ansia gli esami per i disturbi causati dall'ansia; svegli con gli occhi a palla dopo giorni di insonnia, pronti a compiere azioni senza ritorno.
Potrebbe essere determinante, invece, capire con precisione chi è che ha manie, stress, ansie.
Dopo una vita di cocciutaggine - ne facevo cenno quasi un anno fa - il primo mese di meditazione eseguita per bene tutti i giorni ha fornito la lente che mancava: uno strumento per mettere a fuoco "io", distinguerlo e coglierlo in flagrante.
È stata quella lente a dare la risposta all'esperienza dei dodici anni e a molte altre figuracce raccolte in seguito. Diversi strati di "io" si sono lasciati osservare mentre pensavano, dicevano baggianate e facevano cose a mio nome. Spudorati impostori.
L'immagine è una sorta di sala regia piena di monitor e spie, in cui gli addetti si avvicendano su turni serrati. Non tutti gli addetti sono così diligenti da annotare sul registro cos'hanno fatto e fin dove sono arrivati; "io", nel senso che ho sempre inteso, è il registro inanimato, compilato e appoggiato sulla console. L'addetto, "io" in un altro senso, può leggere i ricordi precedenti, annotare le esperienze nuove, o anche non fare nulla, per incuria o fretta o perché gli va così. Per poi finire il turno, e ciao.
Se questa lente ha un prezzo, è "io". Tutto quello che sai, che credi, che ritieni giusto, che ti piace: molla la presa, o non funziona.
Un po' come le scoperte astronomiche sulla Terra tonda e minuscola nello spazio infinito, che nei secoli sono state accettate e rinnegate più volte perché è doloroso lasciare andare la certezza di essere al centro. Anche digerire che "io" potrebbe essere solo un registro che per la fretta non viene neanche letto non è facile: è avvilente, per "io".
La pastiglia è grossa; ma una volta ingoiata, che pace, quando i tasselli si incastrano ed è possibile negoziare e instaurare pacificamente un regime di democrazia all'interno della persona.

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