14.12.15

Posizioni per lavorare

La mente, fino a prova contraria, è nel corpo.
E ’mbè?
No, dico, la mente è nel corpo. Perlomeno, ampi studi empirici dimostrano che l’attività dell’una è strettamente legata all’attività dell’altro: l’influenza è reciproca. Sembrerebbe ovvio, ma scoprire le implicazioni sulla posizione che assumo facendo le cose è stato interessante.
Digressione sugli occhi: a chi guarda polizieschi sarà capitato di sentire osservazioni sullo sguardo durante gli interrogatori.
«Ha guardato a destra! Mente!»
È una semplificazione che considera casi generali di maggioranza, ma è vero che gli occhi corrono verso un punto diverso a seconda della funzione di pensiero sollecitata da una domanda. Giusto per curiosità futile, ho notato che i miei punti sono invertiti rispetto alla suddetta maggioranza da telefilm: sarei nei guai se mai mi interrogasse Boreanaz! Gli occhi mi interessano solo per una considerazione: il corpo reagisce e rispetta schemi a seconda del pensiero.
Ma anche: il pensiero risponde richiamando le funzioni associate a quello che fa il corpo. Molti avranno notato che trovare un oggetto è più facile ripercorrendo fisicamente i passi di quando si è perso di vista, per esempio. Ma anche ritrovare un’idea è più facile se si fa la stessa cosa.
Ora arrivo al dunque: la mia maledizione della distrazione facile. Ho un lungo curriculum di pianificazioni disastrose e improvvisazioni fortunate. Alla mia età, pensavo ormai che fosse impossibile concentrarmi per più di pochi minuti su qualsiasi cosa. Poi mi è capitata l’ennesima occasione di scrivere un racconto all’ultimo minuto, produrre un buon risultato in cinque ore di stesura invasata e tornare alla vita di sempre: attenzione zero, mal di testa al primo ragionamento che non ha una risposta univoca, frustrazione, dare la colpa della distrazione alle lune di Giove o ad altri capri espiatori innocenti.
Questa volta è salita una domanda dal profondo, spontanea:
«Ma tu, Sator, vuoi vivere di urgenze e morire di infarto, o preferisci capire un po’ prima come cavolo fai a trovare questa super-motivazione?»
Risposta: «La seconda non mi farebbe schifo, grazie.»
Nello studiare le differenze fra quelle cinque ore e le serate indolenti con pochi appunti, ne ho trovata una promettente: nelle cinque ore non ero affatto seduto comodo. Avevo la schiena leggermente curva in avanti, mentre nelle altre sessioni inconcludenti tendevo ad appoggiarmi allo schienale. Al lavoro, poi, spesso mi scopro quasi sdraiato sulla sedia girevole con solo le spalle e la testa sullo schienale: uno spettacolo probabilmente infelice, ma anche una lotta quotidiana a ricostruire cosa stavo facendo pochi minuti prima.
Dopo essermene reso conto, ho approfittato delle ferie per sperimentare la differenza con il libro che stavo leggendo. Chinato in avanti, ho potuto divorare decine di pagine di concetti complicati; comodamente adagiato sullo schienale, in pochi minuti ero già ronfante.
Oggi sono tornato al lavoro. La prima cosa che ho fatto entrando è stato alzarmi la sedia: cambiando la posizione, posso dire di aver gestito tutto senza distrazioni, a parte prendere esplicitamente delle pause nella saletta apposita.
Anche gestire le interruzioni comincia a non essere più un problema: se possibile, prima di interrompermi cambio posizione o mi alzo; quando torno a chinarmi sul lavoro che intendo portare avanti, questo va avanti.
Immagino che, come per i punti dove corrono gli occhi cercando risposte, la questione della posizione sia personale. Un amico, per esempio, mi riferisce di lavorare spaparanzato sul divano per lunghe ore, anche fino all’alba. La mia schiena lo invidia profondamente.

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