19.11.13

Cherosene

A pensarci in anticipo, avrei parlato di Mercadante insieme a Ducceschi e D’auria. Va bene così, perché un post tutto suo se lo merita; non sono stato equo con il buon Ducceschi ma conto che ci siano altre occasioni.
Cherosene, G. Mercadante (Las Vegas, 2010)
Come le raccolte di Ducceschi e D’Auria, anche questa non sfugge alle logiche di ritmo e di melodia con cui si sceglie l’ordine dei brani per un album di musica rock. In questo caso, butterei lì un disco di progressive rock come andava forte negli anni Settanta.
Il racconto “Cherosene” è l’ouverture, una lunga suite iniziale che si apre su un protagonista scostante e insensibile. Lo è per lavoro, così come lo è per sopravvivenza e per selezione naturale la famiglia nomade stretta in una roulotte con cui si trova in affari. Perché non ha scelta, o crede di non avere altra scelta. Non scherza anche la spedizione notturna che a suon di idrocarburi si esprime con un bel falò purificatore: cosa c’è di più scostante e meno sensibile?
Per la natura delle scalette musicali, gli altri brani strategicamente più importanti sono il secondo e l’ultimo. Il secondo “ 5’ ” è una scelta perfetta: dopo aver dipinto un incipit che avvia la melodia con qualche nota, subito il ritmo serrato inizia a contare cinque minuti. Il tempo che impiegherà la sigaretta ad accendere il lago di benzina.
L’ultimo è un’altra suite. L’ultimo brano, ci avrai fatto caso, deve avere tutto: melodia orecchiabile e ritmo, in un’evoluzione finale che ti convince che hai ascoltato il disco più bello di tutto il rock. Così “WannaKill” conclude con il botto. Con un bulletto strafottente che partecipa allo show televisivo WannaKill, in cui il vincitore avrà diritto a compiere… sorpresa. Tanto hai già capito, se hai letto il titolo e hai almeno accesso a un dizionario online.
Lo show è descritto con perizia minuziosa, l’attenzione di chi conosce molto bene gli show e come sono fatti. Anche il bulletto e la sua avversaria disadattata, nonché tutto il personale con maschere di sorrisi finti, sono interpretati in modo convincente. Attori che, fedeli al copione, fanno vivere quella scatola che hai in salotto e che ti cattura giorno dopo giorno.
Il resto dell’antologia non è da meno, e mostra una carrellata di casi umani che si trovano protagonisti, ciascuno spinto dalle sue molle, di episodi da nera. Sono tutti validi e val bene un’occhiata.
Val bene un apprezzamento anche al lavoro svolto dall’editore, che solitamente sta nell’ombra e non lo nota nessuno. È giusto così, fa incantesimi dietro le quinte: quello sotto la luce dell’occhio di bue è l’autore. Gli altri, si additano solo quando hanno fatto qualcosa che non va – che so, mancano i numeri di pagina, l’ebook ha un margine assurdo, il carattere è l’improbabile Comic sans: tutte cose che ho visto succedere altrove ma non qui. Anzi, anche l’uso delle legature tipografiche e la cura della gabbia mostra al mio occhio pignolo che nel lavoro non c’è una sbavatura.

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