2.9.13

I misteri delle pagine bianche

I due giovani in divisa blu ti tengono ciascuno una manica del pigiama. Tu hai i polsi ammanettati in un morsetto e devi per forza tenerti i bisogni. Accanto, il caporale ha la visiera calata sugli occhi e guarda fisso fuori dall'oblò. Il suo singolo grado è un ricamo arancione.
Dal nero dell'alta atmosfera vedi prima formarsi l'azzurro acceso di una bella giornata, poi due nuvole ti passano davanti dal basso verso l'alto e infine una manta plana curiosa insieme al vettore per qualche centinaio di piedi.
Siete al suolo senza scossoni, e improvvisamente ricordi com'è che ti trovi lì. Ricordi il processo sommario, la foto della tua amica Rei in una grossa macchia rosso granato, gli ingrandimenti delle tue impronte. Il tuo avvocato che balbettava “Era una persona per bene”.
Il caporale tira una cordicella e subito si apre la saracinesca. Ti augura in bocca al lupo. Ti consegna un sacchetto nelle mani ancora strette. Dei due soldati che ti portano fuori, uno tiene la tua testa sotto tiro con il suo archibugio sovradimensionato; l'altro ti scioglie i polsi dal morsetto.
Se ne vanno. Ti lasciano lì fra le mura alte di cemento giallo, con il sacchetto. Il vettore è una cabina del telefono che si solleva silenziosa.
“Io gliel'ho detto che eri una brava persona” fa l'avvocato. È alle tue spalle. Ti volti di colpo: è in aula e sei lì anche tu con il tuo sacchetto. Annaspi. Ti giri di qua e di là.

Ti svegli che è tutto buio tranne un display illuminato che vedi tutti i giorni. Tu sei a pancia in giù con la testa su un braccio. Il display segna 6.21 AM SUN.
Brandisci l'orologio con il suo display come una torcia che scaccia i demoni del buio. Ti fai strada fino al salotto, cercando di non centrare con il mignolino le cianfrusaglie che sai di dover mettere a posto. Entrando in salotto centri lo stipite. Boccheggi per un minuto incapace di urlare.
Hai lasciato il portatile sul divanetto. Aspetti che si avvii, masticando maledizioni agli stipiti, e che si possa richiamare a schermo una pagina bianca. Mani in posizione, hai trovato la F e la J, guardi la pagina per un po' così com'è, nella mente hai il vuoto completo. “Ho raggiunto il Nirvana?” ti chiedi.
Scuoti la testa. Butti giù la pagina bianca e tiri su una finestra di internet.
“Soltanto un attimo” ti dici piano. “Soltanto le notifiche.”
Lo sai, che aprire le notifiche ti proietta in una dimensione parallela come il regno degli Elfi di cui leggevi trent'anni fa, in cui il tempo scorre diversamente dal mondo fisico. Lo sai, che la massa delle particelle delle foto dei gattini curva il tempo. Quando butti giù internet, l'orologio in basso a destra è andato avanti di quasi mezz'ora. La coda dell'occhio coglie il movimento di una coda pelosa che fluttua senza rumore appena fuori dalla porta mangia-mignolini.
Riprendi la pagina bianca.
“Fuori dalla porta” scrivi, “una coda si aggirava con passo felpato mimetizzandosi sulle piastrelle bianche e nere.”
E poi?
Vai avanti, “Si arrestò di fronte al divanetto, dove giaceva il padrone con il portatile aperto su una pagina bianca, oramai mummificato.” Alla tua destra inizi a sentire delle fusa pelose. Chiudi tutto e vaghi per il corridoio, questa volta schivando lo stipite. Nel ripostiglio in fondo, sopra dove tieni la sabbia trovi al tatto una vecchia scatola che pesa troppo per contenere scarpe.
I quaderni ritrovati: non erano proprio così, ma fa il suo effetto
In salotto, comunque, risulta così sbiadita e consunta che non riuscirai mai a ricordare quali scarpe contenesse in tempi primordiali. Dentro ci sono dadi colorati da otto, da dieci e da venti, una miniatura di guerriero nano mai dipinta, una dispensa fotocopiata e quaderni a quadretti dalla costa irriconoscibile. Insieme a te, un muso baffuto ispeziona il rispetto delle norme per la scoperta archeologica.
La scatola contiene anche una penna fossile con le sue cartucce. Ti viene naturale inserirne una e prendere uno dei quaderni per vedere se funziona ancora. Che sono arrivate le dieci e mezza, te lo fa notare il gatto dopo quello che ti è sembrato un momento: si struscia su una tua gamba, si arrampica disperato sulla cima della libreria per paracadutarsi con un miagolio di battaglia accanto a te sul divanetto.
“La colazione, occhei, quanto rompi” sbotti, richiudendo il quaderno di scatto.
Così di profilo, ti accorgi di averne riempito metà: eri nel bel mezzo di una scena di guerriglia in cui il tuo personaggio, incarcerato ingiustamente e appena evaso grazie a una granata, ha un'occasione unica per raccogliere le prove della verità da portare al caporale.
Le pagine bianche colpiscono quando vogliono loro.

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