6.1.13

Io vengo di notte (raccontino improvvisato)

— Ma sei una befana! — mi urla l'Anna da dietro il top senape in saldo che ho guardato in lungo e in largo. Per un attimo ho i sudori freddi. Che mi abbia scoperta, o che mi voglia dire che questo top non mi sta d'incanto, non sono buone notizie. È acrilico, tiene caldo e costa poco, deve starmi bene.
— È tutto il giorno che ho l'etichetta fuori, non me l'hai mica detto! — si lamenta invece. “Tutto il giorno” sono i venticinque minuti da quando lei è sbucata da San Babila. L'etichetta, comunque, fa capolino per un misero millimetro da sotto il maglione blu. È la semplice gravità. E lei ha le scarpe, la borsa e lo smalto dello stesso blu, con il caschetto impeccabile: sono io quella dei colori spaiati, con collane di pietre variopinte e la criniera incolta, quella da cui ti aspetti di veder spuntare l'etichetta. La Gaia che è stata in stanza con lei dice che si metteva la lacca sul singolo capello. Cosa le posso dire, se non di andare a ciapà i ratt?
— Anna, mi dispiace fartelo notare davanti a tutti, ma si vede…
— Va a ciapà i ratt.
— Dopo, ai giardinetti, per la cena.
Fa la faccia inorridita e spalanca i fanali grigi. Ho fatto centro.
Così l'Anna si volta e forse posso concentrarmi sulla mia agitazione per la nottata che mi aspetta senza che lei mi sgami e che mi chieda spiegazioni. Avrò la prima missione. Non c'è granché di preparazione: l'anno scorso ho detto di sì alla befana, adesso mi tocca. Mi ha fatto pena, poveretta. Ha detto di avere quattrocentonove anni.
Suppongo si tratti di fare quello che ha fatto lei con me: usare la scopa di saggina e frugare nel sacco di iuta che mi ha lasciato.
Se ci penso troppo? Mi devo accorgere qualche minuto dopo che l'Anna mi scuote. Sono chiusa in me stessa seduta sulla panchina del manichino delle taglie forti, e lei mi cinge le spalle anziché mandarmi a quel paese. Le sorrido, cos'altro posso fare?

A mezzanotte meno cinque barcollo fuori dal letto e mi preparo con un soprabito e un foulard. a mezzanotte e dieci sono di nuovo a casa che mi tengo il naso con la sinistra, strisciando la scopa: primo decollo da piazza Mistral, ho centrato un tabellone stradale del comune (“Se sei fuori passa il volante”) e mi sembra di avere una vergine di ferro tutta infilata in faccia al posto del setto. Io non ho nessuno a cui passare il volante, comunque.
Ma lo specchio mi dice che sono sana come prima, niente sangue né segni. Questione di pazienza, mi dico. Già non mi fa più male.
Secondo decollo, questa volta provo qualche metro più in là che c'è il cavalcavia: una spinta e op!, mi impiglio nella rete che recinta le aiuole selvagge. La scopa è incastrata. Ma basta una di quelle parolacce convinte, di quelle fantasiose che non vorrete farmi ripetere qui: subito le maglie si allargano e la saggina si libera, la scopa mi torna docile in mano.
È da su che sento un tuono e un refolo gelido che mi sparpaglia i capelli fin sotto il foulard.
Il terzo decollo voglio che sia quello buono, senza incidenti e senza parolacce, che mi sembra già di capire che non sta bene che io ne dica. Cammino fino al semaforo, aspetto il rosso che non mi investa mica il coupé della NSU che scende dal ponte, e mi lancio in un meraviglioso sprint lungo via Marochetti. Poi sono in cabrata sopra la curva del cavalcavia e posso guardare piazza Corvetto dall'alto. Da chi comincio? Devo andare da tutti tutti? M'avesse dato qualche dettaglio prima di sparire. No, solo la scopa e il sacco.

Il telefono dice che sono in via Tertulliano. Ho scelto un portone dopo un po' di volo e poi un pianerottolo, ma non chiedetemi se ho fatto un ragionamento per arrivare qui. Ho solo sentito che poteva essere un buon posto per iniziare. Come se ci fosse qualcuno di quelli che ci credono, che se l'aspettano. Come me l'anno scorso, che speravo tanto di vedere qualcosa nella calza.
Suono, ma non si sente. Sarà rotto, penso. Busso, ma anche così non si sente. Eh già, sono la befana, io. Mica devo svegliare tutti, che poi mi scambiano per una ladra. Pensa, mi dico: come ha fatto lei l'anno scorso? E che ne so? Me la sono trovata davanti.
Provo la maniglia e sento scattare sei mandate dai due chiavistelli. Magia. Entro e chiudo, prima che si allarmino davvero. Al buio trovo la camera di un undicenne o giù di lì, a sensazione, così come ho scelto la casa.
Lui dorme della grossa, vedo il viso a bocca aperta con i capelli che fanno una specie di cresta, anche se è tutto buio pesto. La calza è appesa alla maniglia del suo armadio. Nel mio sacco c'è un unico oggetto, tutto per lui: il modellino 1:24 della Topolino che gli hanno scassato dei compagni cinque mesi fa. Toccandolo ho una reminescenza dell'episodio. Ricordi non miei, ma mi ci dovrò abituare.
Peccato che tra me e la calza ci sia il modellino 1:24 della 600 multipla, che mi fa da pattino e mi porta in spaccata a tirare un calcio all'armadio.
Per qualche attimo non vedo e non sento niente dal dolore. Quando so dove sono, la luce è accesa e io non so come spiegare al bambino che la Topolino è tutta sua ma per la 600 dovrò tornare l'anno prossimo. Non ne ho il tempo, comunque: un adulto spalanca la porta imbracciando una mazza da hockey.
Non ho voglia di verificare né se si può tentare il dialogo, né se le botte guariranno presto come il naso: la spaccata mi ha fatto un male d'inferno appena un attimo fa. Afferro il sacco, spalanco la finestra e sono fuori.
Mi direte che ho rischiato di fare la frittata. Ci ho anche pensato un attimo, dopo, razionalmente. La scopa comunque era lì ad aspettarmi e mi ci sono aggrappata con mani e piedi lanciando il sacco nel vuoto, per fare una discesa poco onorevole a recuperarlo.

Un decollo verticale ed eccomi di nuovo in cielo, sopra l'alta tensione e i lampeggianti dei tetti delle case, fatti perché quelli che volano come me non ci vadano a sbattere. Proseguo il mio volo per la città in cerca della sensazione, finendo poco dopo a rodermi in un senso di preoccupazione che non focalizzo.
È questione della mia prima volta? È un lavoro ingrato? Arriverò stufa marcia tra cinquecento anni a pregare un'altra giovane di prendere il testimone?
Mentre cerco i miei possibili motivi di malcontento, dietro di me cresce un frastuono ritmico inconfondibile: un elicottero.
L'istinto mi dice di non rallentare e di non proseguire troppo dritta. Inizio a zigzagare e subito fra le eliche sono sicura di udire delle brevi raffiche di mitragliatore.
— Siete matti! — urlo alle mie spalle. Ma cosa vuoi che sentano. Mi appello alla scopa, che acceleri il più possibile. Altre raffiche.
L'elicottero tiene senza problemi il mio passo, e io cerco di portarlo verso il centro città. Dove ci sono più luci, più tiratardi, e se si vedesse una povera befana precipitare ferita almeno avrei la possibilità di essere notata. Giunta alla Torre Velasca penso di avere la manovra in pugno: se metto la torre fra me e loro, vado in picchiata e ho vinto io. Tanto, dopo quest'inseguimento, per me il primo anno finisce qui. Non faccio in tempo a finire il ragionamento: forse non ho cambiato direzione per troppi metri, appena prima della Torre mi sento esplodere una gamba e un fianco in un caleidoscopio di dolore immenso.

— Ahi ahi ahi — avrò ripetuto non so quante volte dalla caduta. Non oso immaginare quanto sono scomposta e se dovrò strisciare fino al Policlinico. Non è lontanissimo, ma sto male.
— Si sente male? — sento una donna che accorre scalpicciando verso di me. Sopra, l'elicottero è immobile con il suo rombo assordante.
Mugugno, — No, io tutte le sere faccio le prove del pianto di Cassandra. Ahi ahi ahi.
La donna mi aiuta a rimettermi in piedi.
— Le chiamo subito un dottore — mi dice.
— Ma no, si figuri, anzi tenga. — le porgo i proiettili che mi hanno sparato. — E se aspetta un secondo…
Mi guardo intorno. Il sacco è a pochi metri da me, sopra la M rossa del metrò. La scopa non la vedo subito.
Volevo dire alla donna di aspettare che magari avevo qualcosa per lei nel sacco, ma sta scalpicciando veloce il più lontano possibile da me.
Al quarto tentativo maldestro di scalare il palo della M rossa vedo la mia scopa sugli scalini dell'entrata chiusa di Missori. Il frastuono dell'elicottero inizia ad allontanarsi, ma io non mi arrendo così, non dopo che mi hanno sparato.
Salto da dove sono, afferro il manico e decollo in un sol gesto, per ghermire il sacco facilmente con la destra: ormai non credo di dover più avere paura di niente. Uno scatto, e sono al portellone dell'elicottero.

— Buona Epifania, ragazzi! — saluto cercando di essere allegra e gioviale. Sono tutti così stupiti di vedermi entrare, che non mi puntano neanche le loro semiautomatiche.
Canticchiando a mezza voce che io vengo di notte con le scarpe tutte rotte, dal sacco distribuisco grossi pezzi di carbone alle giovani leve.

1 commento:

  1. Davvero una visione divertente della vita da befana! ^___^

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