23.10.12

Fear Factory, “The Industrialist”

I Fear Factory sono fra i principali colpevoli del mio modo di intendere la musica, la composizione, il ritmo. Pertanto, quando esce un loro disco ho sempre una certa misura di aspettative. Ogni volta scommetto che lì dentro troverò interamente brani arrabbiati, veloci ed esplosivi - e i ritornelli orecchiabili di Burton Bell. Mai deluso, finora. In quasi tutti i dischi hanno avuto un sound talmente compatto che non sembravano neanche in quattro bensì un tizio solo con otto mani. The Industrialist conferma questo loro lato, con la grancassa e il plettro che si seguono a vicenda in raffiche di palm muting.
I Fear Factory parlano dei loro classici argomenti cyberpunk, inteso come panorami interamente artificiali e considerazioni sugli ingranaggi di un mondo basato su equilibri non naturali. Da un apocalittico ammonimento contro le grandi industrie che si pongono al di sopra della legge e della giustizia (The industrialist), alle religioni che si nutrono più di violenza e sangue che di elevazione dello spirito (New messiah), a strumenti di morte automatizzati (Depraved mind murder) e un motore del mondo che si alimenta di differenza sociale (Difference engine). Chiude il disco il trittico tetro, disturbante Disassemble / Religion is flawed(...) / Human augmentation, che ammonisce prima “la tua vita insignificante è stata fabbricata per essere smontata”, per chiudere poi con la presa di coscienza del singolo di fronte al mondo disumano.

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