26.7.11

Illud Morbidum Stranum

Grande novità: mi accingo a parlare di un disco uscito da poco! Morbid Angel, “Illud divinum insanus” in un latino sgrammaticato, nono album (ottavo in studio). Il mio rapporto con il tempo sta migliorando, neh?
Nessuna novità invece il fatto che io abbia di questo disco un parere più o meno opposto rispetto alla maggioranza degli ascoltatori. Vediamo perché.

Per cominciare, dalla H di “Heretic” alla I di “Illud” sono passati otto anni. Non sono lunghi? Di questi tempi è un’intera era. Ai tempi della H si varavano nuove norme di privacy e policy, ma si viaggiava nel cyberspazio ancora con il modem, i formati multimediali e il brevetto LZW ancora in vigore ci impegnavano in polemiche digitali, e tutto questo è pertinente: il mondo discografico era in agonia, e il metal estremo aveva esplorato più o meno tutti i confini raggiungibili. È la natura stessa di ciò che è estremo: i confini li hai già raggiunti. L’esplorazione non può procedere in linea retta, ma puoi sempre allungare tentacoli e sonde in altre direzioni.
La morte della musica estrema è già avvenuta un numero incalcolabile di volte, ed è sempre stata nulla di più di una caduta dal marciapiede. Uno muore, poi si rialza, si spolvera e va avanti. Una delle prime volte è successo ai Napalm Death, ancora underground e già fulcro dello scambio dei nastri che teneva in fermento la scena estrema: demotape in mano (il futuro lato A di “Scum”), Justin Broadrick ormai senza band consegnava il nastro all’amico disoccupato Pearson, che lo seppellisse con una lapide almeno dignitosa. La band si rialza, si scrolla la polvere e due fan più accaniti ripescano l’uomo che inventò il tempo blast beat – e così si va avanti. L’uomo che inventò il blast beat cosa c’entra? Beh, è stato lui a dare il nastro dei Morbid Angel all’amico disoccupato e farne nascere un contratto, ecco cosa c’entra: sono passati ben più di vent’anni.
Ventidue solo dall’uscita effettiva di “Altars”, dopo prove massacranti, svenimenti di Pete, gargarismi di Dave, lavaggio auto sotto il sole e le zanzare e notti scomode in un pulmino scassato. Per meccanismi inevitabili gli esploratori della musica estrema accettano una condanna intrinseca alle palate di merda: palate dai “regolari”, pronti a ridicolizzare qualsiasi atteggiamento che sarebbe fuori luogo in un open space del terziario; palate da punk, intransigenti per lo spreco di sonorità forti in un circo dell’eccesso anziché in una protesta nichilistica; palate dai metallari, intransigenti perché il circo gli sembrava eccessivo.
E quello che succede in “Illud” prelude, chiede a gran voce altre palate fresche fresche: le prime, si direbbe, dalla scena metalindustriosa, già distrutta più volte (rialzata, scrollata eccetera), invasa per l’ennesima volta da una formazione che ha sempre esplorato in una direzione sola, nella coerenza di una rappresentazione di misticismo costruito ad arte intorno al blast beat e a una dodecafonia mai orecchiabile, ricca di quinte diminuite che stridono così bene. Ma queste non le ho ancora sentite. Sarà presto, o sarà che gli eredi degli eredi di quello che si chiama industrial ma tale non è hanno un’abitudine alla tolleranza verso il coraggio espressivo. Sono arrivate solo le seconde, copiose e traboccanti, dalla stessa scena estrema che si aspettava il bis di “Altars”, “Blessed” o “Gateways”, o anche dei vari “Covenant”, “Domination” ed “Heretic”, magari pronti a ripetere le palate già essiccate per questi: “Non siete abbastanza estremi”, “Queste cose le abbiamo già sentite”, “Eravate più veloci quando eravate più lenti”, mai contenti questi assetati dell’estremo. Vi ho visti, a contare i BPM del batterista palestrato di turno. Ma voi vi siete accorti che gli anni non son più venti ma quaranta, e che a suonare ogni sera i muscoli e la gola fanno sciopero? L’avete capito perché Barney a un certo punto se n’è andato dai Napalm sbattendo la porta e poi è rientrato dopo aver ricevuto una telefonata di scuse?
Questo c’è in “Illud”: gli anni non sono più venti. Non si può andare avanti con la pantomima, rappresentando un universo fittizio che nega l’esistenza del musicista fra la musica e l’orecchio. “I am morbid” parla con allegorie facili di una vita a sfidare il mondo cattivo a suon di musica brutta e dura, di ricevere palate e rispondere con una faccia truce e la forza dei fan. I ritmi di sola cassa presi a prestito da dance ed EBM ci assalgono già con la prima “Too extreme!”. Poi ci tranquillizzano con un classico blast beat nella successiva “Existo vulgoré”, eh! Più di metà disco è il “normale” death metal che ci aspetteremmo da chi ci ha stupiti con il teatro della cattiveria alla fine degli anni Ottanta, dopo oltre due decadi di esperienza. Già trovo il mio neurone canterino a urlare “Blades for Baal!” sopra la loro dodecafonia graffiante e ribassata. Ma non c’è solo questo. Se qualcosa è rinnegato, sono solo le maschere e il fondale del teatro. Ora si mostrano le persone, le vediamo in faccia nei testi, nelle scelte di ritmi presi a prestito, perfino in un’apologia autocelebrativa alla Manowar. Davvero non so cosa si potrebbe chiedere di più ai ragazzi che vi lavavano le auto in Florida mentre preparavano la scena death metal che avete ereditato.

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