28.1.10

La pila della narrativa: la tensione

Dopo un anno e mezzo di comitato di lettura mi sono convinto intimamente di un principio fondamentale: la tensione è l'unico motivo che ha il lettore per continuare a leggere.
La tensione elettrica è differenza di potenziale: le cariche sono tutte da una parte, l'instabilità è alta. L'instabilità tende all'entropia, che invece è stabile, e per raggiungerla produce lavoro, energia. Attraverso l'instabilità della tensione, la pila di Volta mette in funzione il macchinario elettrico.
Anche la tensione narrativa è instabilità, che trae origine da una situazione di rischio, di disagio, di desiderio. Allo stesso modo della tensione elettrica, produce energia tendendo a una situazione di maggiore stabilità. L'energia della tensione narrativa si manifesta mettendo in modo la smania del lettore di continuare la lettura. Se viene meno la tensione, il lettore si stufa e la macchina del libro si ferma.
La tensione narrativa può non mettere in moto un macchinario elettrico, ma di sicuro non si esaurisce come la pila di Volta. Quando una pila ha esaurito la differenza di potenziale, basta: tutto è fermo. Quando invece un personaggio compie un'azione per uscire dalla propria instabilità, è possibile che combini qualche guaio peggiore e che invece aumenti la propria distanza da una situazione di desiderabile tranquillità. Ricapitolando, non potete attaccare il microonde al libro per scaldare la cena, ma la tensione ben sfruttata è capace di autoalimentarsi, e incollarvi alle pagine finché la cena non sarà rimasta nel microonde tutta la notte, senza che l'abbiate ancora mangiata.

Come ottenere la tensione?
Disagio, bisogno, desiderio: scegliete. Tendere dal peggio al meglio. Qualcuno deve tendere a migliorare, e non basta che sia un personaggio: dev'essere un protagonista, un titolare di punto di vista, dev'essere il lettore stesso a chiedere di migliorare.

Come non ottenere la tensione, pur cercandola?
Usare trucchi da baraccone per cercare di infilare la tensione dove non c'è. Insistere su desideri futili, non condivisibili dal lettore. Come?
Per esempio con una circumlocuzione gratuita, un periodo che si appiccica a una situazione priva di tensione dichiarando che il dato personaggio, invece, la percepisce come un terribile disagio che gli rode dentro. Se io dichiarassi in apertura che Arturo Barbaverde prova un terribile disagio, poi vorreste vedere la mia mano: entro pagina due, dovrei esporre una situazione di autentico disastro, per la quale voi stessi sareste atterriti, annichiliti dalla strada da intraprendere per tornare alla normalità. Se non lo facessi, sarebbe un pessimo bluff: avreste il diritto di scaraventare dalla finestra le mie parole e deridermi in tutti i blog e forum che conoscete.
Potrei fare di peggio? Sì, molto peggio. Potrei ricorrere agli aggettivi qualificativi. Il "maledetto", il "dannato", il "fottuto", il "terribile", l' "angosciante", e così via: ovunque l'attributo sia stato usato come soluzione per creare tensione, senza sviluppare adeguatamente il motivo per cui io che leggo dovrei essere coinvolto.
Non c'era tensione? Ops. Io, lettore, chiudo il libro e torno alla cena nel microonde, alla tv con il reality, al videogioco fichissimo, al gremito social network. Sottocultura batte libro uno a zero.

1 commento:

  1. A parte il quote grande come una casa, aggiungerei tra i modi per ammosciare la tensione anche le pippe mentali fatte passare per stream of consciousness, tipo "è terribile, è orribile, non sopporto di andare avanti, sento che farò qualcosa di cui mi pentirò..."
    E il lettore è lì che vorrebbe vedere il personaggio buttarsi di sotto. Che magari lo vorrebbe lo stesso, ma non per le ragioni che spera l'autore, ecco.

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