8.6.09

Nemici da debellare: le descrizioni mancate

“Tennero un discorso lungo e noioso.”
O ancora, “La sua roccaforte era spettrale e incuteva timore.” Peggio? Proviamo: “Rispose a ogni domanda con poche parole precise; fu un’intervista asciutta e pertanto ancora più toccante.”
Narrare così è inaccettabile, quando il discorso, la roccaforte e l’intervista hanno un ruolo chiave nelle rispettive opere in cui compaiono. Perché?
Prima di esaminare l’esempio iniziale, il discorso, vorrei illustrare un divertente aneddoto.
(Sto provocando, sì. Grazie per avermelo fatto notare.)
A un anniversario di una compagnia teatrale, dopo le rievocazioni dei momenti salienti della loro storia e dopo esserci ribaltati dal ridere davanti alla proiezione di alcuni spezzoni, è arrivato il momento di lasciare un po’ di parola al pubblico. Ha preso il microfono un anziano spaventapasseri, dai quattro capelli lunghi e impomatati. Appena ha aperto la bocca iniziando il giro dei ringraziamenti – alla compagnia, a questo e quello nella giunta, ancora alla compagnia e altri già menzionati ma guai a dimenticarli – ho capito che dovevo guardare l’orologio. È andato avanti un po’.
Poi, ha posto la sua domanda, che non ricordo. Ricordo però che i teatranti avevano già risposto, ben prima, fra le loro rievocazioni – perciò, la domanda era superflua.
Ho guardato l’orologio di nuovo e fatto la sottrazione. Erano passati quattordici minuti.
Morale della favola: l’esempio di un discorso lungo e noioso è possibile. Non è difficile assistervi, e anche senza riferimenti concreti ci vuol poco a imbastire frasi prolisse, ricche di parti accessorie – aggettivi, avverbi, ringraziamenti, circumlocuzioni, ridondanza e quant’altro. Ma vedete bene nell’aneddoto che non è neanche necessario ammorbare il lettore con ’ste prolissità.
Se le cose sono fatte bene, all’autore di narrativa non serve dichiarare gli attributi – lungo e noioso –, sarà il lettore stesso a esclamare, leggendo in metropolitana, «Ammazza che pizza!».
Ho ammesso di aver lanciato una provocazione? Sì? Bene.
Non avevo alcun diritto di presentare l’aneddoto come divertente: sarà chi legge a deciderne l’efficacia. In un racconto potrei esibire un: “Sempronio raccontò un aneddoto divertente e tutti risero.” Sarebbe male, perché non avrei veramente spiegato se Sempronio è simpatico, o se rompe le palle a tutti con le sue battute di merda e solo stavolta ha beccato gente a cui non aveva ancora frullato i...
Divertente può anche esserlo, l’aneddoto, ma se chi legge non è partecipe, se non ride con i personaggi, manca un’importante presa sulla realtà narrata.
Posso fare di peggio. Sempronio può “suscitare l’ilarità di tutti”, anziché farli “ridere”. Da un punto di vista tecnico non sto affatto divagando dalla descrizione mancata: l’ilarità è generica, è fumo, non dice niente di preciso, non spiega come si manifesta. Risero, invece, è un’azione specifica.
Allo stesso modo funziona l’intervista asciutta e toccante. L’autore non ha mostrato neanche una domanda e neanche una risposta. E sì che abbiamo più di un secolo di giornalismo alle spalle, più la rapidità di Internet per le ricerche. Basta un click ed eccoci sommersi di esempi in cui trovare lo stile giusto da riprodurre. Non sto parlando di trascrivere un’intera intervista in un romanzo breve da 120 cartelle: solo qualche domanda e risposta d’esempio.
E la roccaforte spettrale! Se anche fosse stato un sinonimo, come tetra o lugubre, il lettore dovrebbe vedere una spia rossa grande un palmo, che si illumini quando compaiono gratuitamente questi begli aggettivi altisonanti. Non deve l’autore giudicare l’oggetto della descrizione e pretendere che chi legge se lo figuri a posteriori. L’autore deve dipingere, con la sua tavolozza fatta di parole.
Tavolozza e dipingere, poi, non sono un’allegoria evocativa e basta. L’argomento è sempre la narrativa: la narrativa condivide alcune tecniche con le arti figurative. Pittura, fotografia, cinema.
La descrizione è uno strumento analogo al dettaglio nell’immagine. Non avendo parole, la macchina fotografica inquadra ciò che vede e immortala il soggetto dell’immagine nel suo gesto. Facciamo un esempio innocuo per ricordarci che viviamo in tempi di ottimismo: un vecchio fruga in un cestino verde.
Com’è vestito il vecchio? Sportivo, elegante? Ha una giacca che deve aver visto tempi migliori e pantaloni più scuri intorno al cavallo? Ha i capelli curati, o lunghi e unti? Si è fatto la barba?
Ma la macchina fotografica non inquadra solo lui. C’è l’ambientazione. Il dove e il quando. In termini cinematografici andremmo a interpellare il direttore della fotografia, colui che allestisce la scena – che decide cosa dev’essere visibile all’obiettivo, e cosa no. Se accanto al vecchio fa capolino la giraffa del microfono, il direttore della fotografia fa un mazzo tanto a chi l’ha lasciata lì.
Il vecchio è in una via degradata, i rifiuti ricoprono il marciapiede, o è in un parco tenuto bene? Ci sono altre persone? Se sì, hanno un aspetto curato? Guardano il vecchio, o fanno finta che non esista?
Non è necessario raccontare tutto, ma pensateci. Un soggetto e la sua azione spesso perdono di significato, se sono avulsi dall’ambientazione. È per questo che anche nella narrativa è importante allestire la scena: senza, manca l’illusione di realtà. Tutto è confuso, vago, senza spazio e tempo. Invece il lettore vuole catapultarsi nella scena e convincersi che gli stiamo raccontando qualcosa di vero.
Fra la narrativa e le arti figurative vi sono anche differenze. La narrazione ha una natura puramente seriale, come la musica: mentre il quadro si contempla tutto insieme, fuori dal tempo, e il cinema è un flusso complesso capace di assalirci da ogni lato, le parole di un romanzo si mettono rispettosamente in coda, una alla volta. Il dettaglio figurativo occupa spazio, la descrizione occupa tempo. Arricchire la descrizione rallenta il tempo. Per descrivere una pausa, non c’è di meglio che descrivere dettagli. Non, “fece una pausa”.
Tante belle parole, fin qui, ma come renderle costruttive?
Tornando al discorso, alla roccaforte e all’intervista, potrei dirvi: chi se ne frega! Ho parafrasato questi esempi da romanzi effettivamente pubblicati, passati indenni per un editing, e alcuni hanno pure venduto bene.
Ma non ci accontentiamo – e non solo perché, magari, non abbiamo pubblicato e non abbiamo ancora venduto bene. Se siamo persone serie, cerchiamo la buona narrazione in tutto. Ho detto di aver parafrasato gli esempi da romanzi altrui; pertanto, non posso entrare nella testa dei rispettivi autori – tanto meglio: mi divertirò a immaginare situazioni diverse.
Il discorso
Dei due, uno parlava e l’altro annuiva guardandosi le dita seduto al tavolo, sotto il neon tremolante. Quello che parlava, agitando le braccia come un ventilatore, passò sedici minuti a ringraziare Tizio e Caio, e poi ancora Tizio perché temeva di averlo dimenticato; si dilungò spiegando due volte i motivi di quella riunione, nonostante tutti li sapessimo già; alla fine ringraziò nuovamente Tizio e Caio per i loro sforzi e lo spirito di abnegazione, e non aveva ancora detto una parola del rapporto. L’altro continuava a fare di sì alle sue dita.
La roccaforte
Tutta in una specie di cemento armato, striata di scuro dalla polvere e dal tempo, la roccaforte pavoneggiava gli aloni delle scariche al plasma come tatuaggi. Decenni di attentati non avevano scavato neanche un graffio. In compenso, i bossoli vuoti si accumulavano sotto le feritoie e sotto le torrette di guardia, dove soldati invisibili tenevano a distanza chi non era invitato, nascosti da schermi neri. Il grande portale era squadrato e imbullonato fino al quinto piano, ma faceva tutta scena: non si entrava da lì. Tutt’intorno rimanevano le ossa di molti ribelli che avevano provato in passato a espugnare la fortezza. Il personale non le aveva mai rimosse tutte.
L’intervista
Il giornalista gli chiese se ricordasse la sua accoglienza, e se se la sentisse di raccontarla. Lui sorrise, «Magari potessi dimenticare».
Univa le dita in un’espressione assorta, mentre dalla finestra alle sue spalle saliva il suono di un clacson.
Raccontò brevemente del calcio di un automatico in faccia appena smontato dal treno merci, perché aveva guardato un altro uomo, ucciso dal viaggio. Dopo, aveva marciato fino alle baracche di vinile cagandosi in mano, senza sentirsi mezza faccia.
Disse che l’avevano tatuato per terzo; il secondo, come lui, non aveva fiatato. Il primo invece sì, e l’ufficiale gli aveva sparato.
«Ricorda il grado?»
«Forse un decurione. Aveva una V sul braccio.»
Il vecchio rispose a tutto il resto raccontando senza fronzoli com’era stata la schiavitù. Portavano una divisa di iuta e sandali anche nella neve, lavoravano finché c’era luce. La brodaglia era acqua marcia, servita in scodelle di vinile mai lavate, e catturare uno scarafaggio incauto alla mattina era una fortunata prelibatezza. Poi al martedì c’erano le lotte all’ultimo sangue, a sorteggio.

2 commenti:

  1. Tutto giusto, se gli episodi narrati (e le descrizioni poi tracciate) hanno un ruolo centrale nella storia. Se sì ci sta benissimo, altrimenti è troppo. Ma non ho dubbi che siamo nel primo caso! ;)
    Dan

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  2. È proprio quello che ho argomentato in apertura: le scene hanno un ruolo chiave. Nel caso dell'intervista anche il suo attributo -- la drammaticità -- ha un peso determinante per l'esito della trama.
    A tempo debito farò un'arringa anche contro gli eccessi di dettaglio, ma le statistiche sulle mie ultime letture ne lamentano piuttosto la povertà.
    Descrivete quando è necessario! Fateci vedere cos'avete in mente!

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