5.10.06

Doom

Pressato come una sardina nel treno della metropolitana in ritardo, non c’è nulla da fare se non entrare seguendo la corrente e aspettare, grato che madre natura mi abbia donato una costituzione così robusta. La mano che tiene il romanzo che desideravo leggere è incastrata fra due passanti, ma la musica in cuffia mi tiene compagnia finché non saranno passate quelle sei-sette fermate prima che scendano quasi tutti.
In particolare il piccolo lettore portatile mi propina la voce malinconica quanto squillante di Johan Lanquist, cantante nel primo album dei Candlemass e poi inghiottito dal Nulla. Sopra un accompagnamento delicato di chitarra, Lanquist canta dolci parole di conforto:
“I’m sitting here alone in darkness
Waiting to be free
Lonely and forlorn I am crying
I long for my time to come
Death means just life
Please let me die in solitude”
È un genere grottesco? Forse. Solitude è una canzone meravigliosa ed ha dentro di sé tutto ciò che costituisce il genere malinconico che chiamiamo doom. Sentirla mi riporta a momenti non ben specificati ma comunque indietro nel tempo, quando c’era ancora la mezza stagione e i giovani erano quelli di una volta. E si portava il chiodo, si tenevano i capelli lunghi fino alle ginocchia e si faceva headbanging ai ritmi lenti di canzoni che con un potente muro di suono parlavano allegramente di morte e agonia.

Nessun commento:

Posta un commento