20.4.06

Ci siamo fumati la lingua

Carta canta, dicono, villan dorma.
Passeggiando per la metropoli dopo la fine dell'orario mi è capitato di trovarmi davanti alle vetrine di un'edicola ed assistere ad alcune delle ferite mortali ricevute dal nostro idioma in questi secoli.
Verbi scambiati per congiunzioni, così, in bella mostra sulle copertine. Indelebile e imperituro monito verso coloro che sono convinti che l'idioma sia davvero un insieme di convenzioni che permettono quel fenomeno che chiamiamo comunicazione. Segni prestabiliti, simboli rappresentativi di idee e concetti. Anche metasimboli, elementi che nel corso delle epoche assumono nuovi significati e permettono una comunicazione più ricca e densa di sfumature.
Tutto questo muore, ucciso dalle trascuratezze più banali. Il nostro idioma consente una distinzione facile fra la realtà e l'ipotesi—ma quando la sorgente della comunicazione non usa in modo appropriato i modi congiuntivo e condizionale, come fa il ricettore a stabilire qual è il messaggio esatto?
Allo stesso modo, quando un software è "da provare è installare"—così, nero su bianco, in migliaia di copie—non c'è più la consapevolezza di quali sono le parti del discorso. L'analisi logica non è possibile, perché la sorgente stessa dell'informazione ignora l'uso delle convenzioni che il ricettore applicherà.
Facciamo un po' di negromanzia e resuscitiamo il nostro idioma. Utilizziamo di tanto in tanto quel prezioso strumento che si chiama dizionario.

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